L’articolo è pieno di osservazioni acute, tra tutte la possibilità dell’avvento, anche in campo letterario, di un fenomeno che ha investito ormai da molto tempo (diciamo da Marcel Duchamp, e poi dalla pop art, dal concettuale, da Fluxus…) le arti visive: non più opere ma “concetti” o performance che si esauriscono in se stesse e nella reazione che suscitano senza passare per la mediazione del lavoro sul testo.
Quello che accade non è solo e non è tanto che gli scrittori scrivono “male” (molti sì; ma è stato così in tutte le epoche; solo i puristi ottocenteschi credevano che nel benedetto Trecento tutti scrivessero bene, compreso gli autori di partite doppie o di lettere commerciali); è piuttosto il fatto che la lingua comune, il linguaggio verbale, l’idioma nazionale, si è drammaticamente impoverito, ovvero non è più ritenuto un luogo in cui avvengono esperienze significative sotto il profilo sia della conoscenza che dell’emozione.
Non si spiega altrimenti l’ermetismo della letteratura modernista, il sabotaggio della comunicazione praticato dalle avanguardie, la scelta operata da molti, per competere con la concorrenza spietata di questo diverso e ostile universo simbolico, di incrementare lo spessore dei propri procedimenti, di esasperarne gli effetti, di estrarre la quintessenza del proprio medium, da Proust (i cui personaggi erano consumatori compulsivi), a Joyce (il cui Leopold Bloom era un pubblicitario), fino al borborigmo dei personaggi di Beckett o all’isteria interiettiva dell’ultimo Céline.
Piuttosto che accusare gli scrittori di scrivere male, si deve capire il perché della loro subalternità (e con essa, di tutte le subalternità): il fatto per esempio, paradossale se ci si pensa, che per molti il doversi esprimere attraverso il linguaggio verbale sembra più una condanna che un’opportunità.
Fonte:
http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-09-10/lingua-fascino-154342.shtml?uuid=AaScXK3D